Il personaggio di Hamm non può vedere, non può muoversi, è bloccato in un mondo post-apocalittico. Qual è il motivo che lo spinge a continuare a vivere?

La caratteristica di Beckett è la irreperibilità del senso. Mettiamola così: Beckett fa uso del nichilismo, cioè, c’è un senso di pathos e di delusione. Sono gli orfani di Dio, fuori c’è il coronavirus. In quarantena c’è il senso della catastrofe, della disperazione, la distruzione di tutti i valori. Ci troviamo le premesse per la fase “fredda”, dove viene meno la domanda sul senso. Non c’è più la dimensione del fine, non sappiamo quando finirà i giorni forzati di reclusione, ma non c’è nemmeno la dimensione della fine, ovvero, moriremo tutti? C’è solo una sopravvivenza parabiologica. Il disperato si uccide. In Beckett c’è la continua ripetizione, il gesto meccanico, in cui si riempie il tempo senza che esso sia finalizzato: dalla camera da letto al soggiorno, dal soggiorno al bagno. E allora è la biologia che vive di se stessa. I nostri gesti sono riflessi condizionati, robotici.

Però c’è insofferenza?

Sì, ma è la insofferenza tipica della condotta nevrotico ossessiva, vivevamo di corsa. C’è insofferenza ma non c’è tragedia. C’è l’impossibilità del tragico.

Nonostante tutto ho momenti in cui cerco di uscire mentalmente della situazione. C’è davvero voglia di sapere la reale situazioni?

Se volessi usare una parola impropria direi che non c’è nemmeno la sopravvivenza, ma c’è una “sub-morienza.” Non vivere la vita propria liberamente, ma le esplosioni vitali, che vengono subito spente per non poter uscire di casa. Spente perché fuori c’è il nemico e qualunque desiderio fa cadere il discorso dovuto alla serietà della situazione, sono più impulsi mentali dal sistema nervoso che altro. Ma si ha ossessione, non angoscia; quindi la ripetizione.

L’infelicità diventa comica perché non è più tragica. Infelice di cosa se non c’è più fine? Cosa perdi, se non c’è più nulla da guadagnare, se il possibile è l’equivalente.

Declinando questo testo alla nostra quotidianità sotto la quarantena anche noi possiamo essere definiti esausti?

In un certo senso sì, e direi che la grandezza di un pensatore come Beckett è di far vedere quello che di fatto è praticato. Perché noi siamo in un mondo in cui l’elemento robotico è corrente. C’è l’attivarsi di un processo con una sempre più ridotta selezione dei fini. Fino al punto in cui non si distingue più la differenza tra mezzo e fine. Il telefonino è un mezzo o un fine?

In definitiva di questa nostra condizione dobbiamo ridere o piangere?

Secondo me, se vuoi la mia posizione, dobbiamo prendere una posizione spinoziana. Non piangere, non rifiutare, non ridere ma agire, cioè diventare titolari della propria azione. La mia posizione filosofica è la riemersione della struttura responsabile del soggetto. Allora così finalizzi la tua vita. E allora prendendo spunto da Marc’Aurelio che si interrogava sulle due posizioni importanti dell’epoca, dice: “Poco importa che il mondo sia retto dalla necessità o dal caso. Sei tu che non devi andare a caso.”